NUOVI
IMPIANTI SCIISTICI NELLE OROBIE: SONO VERAMENTE NECESSARI ?
Prendo
spunto per queste mie riflessioni da una notizia apparsa il 20 novembre scorso
su l’Eco di Bergamo, relativa ad un esposto presentato da WWF e Lagambiente
contro il progetto di realizzazione di un comprensorio sciistico che unisca gli
impianti di Valtorta – Piani di Bobbio con quelli dei Piani di Artavaggio, con
possibilità di risalita anche dalla Val Taleggio.
Ho
cercato di ricordare tutti i progetti di questo tipo, più o meno articolati,
che negli ultimi anni sono stati proposti e riportati dalla stampa locale. Provo
ad elencarli, sperando di non dimenticarne alcuno:
·
Il
suddetto progetto relativo alla zona Artavaggio – Bobbio – Taleggio.
·
Collegamento
tra i Piani dell’Avaro e gli impianti già presenti in Val Gerola.
·
Collegamento
“sci ai piedi” tra Carona e Mezzoldo”, passando per Foppolo e San Simone,
dove per Mezzoldo presumo si intenda la Val Terzera che sale dalla zona del
Rifugio Madonna della Neve. Tale progetto pare sia nei piani della nuova società
Italo – Inglese che ha di recente rilevato gli impianti della zona;
·
Collegamento
tra la zona dei Laghi del Cardeto e Foppolo, passando nientemeno che per la
conca del Rifugio Calvi.
·
Collegamento
tra tutte le stazioni sciistiche dell’Alta Valle Seriana (Colere, Lizzola,
Presolana e Pora), con sfruttamento sciistico, tra l’altro, della ben nota
zona della Valzurio
·
Individuazione
di aree destinate alla possibile realizzazione di impianti nella zona Teveno -
Monte Barbarossa
·
Realizzazione
di nuovi impianti nella zona del sentiero dei fiori dell’Arera, con possibile
collegamento con Mezzano – Roncobello.
Frequento
ormai da 25 anni le piste della bergamasca, soprattutto quelle della Valle
Brembana. Conosco abbastanza bene anche i comprensori delle Dolomiti e della
Valle d’Aosta, che spesso vengono citati come esempi da imitare per uno
sviluppo turistico delle nostre Valli.
Fatte
queste premesse, vorrei esporre una serie di considerazioni personali per capire
se la creazione di nuovi impianti sciistici nelle nostre Valli sia una scelta
economicamente ed ambientalmente valida, se realmente possa portare ad un
miglioramento dell’offerta turistica o rischi di diventare un fallimento
economico ed un disastro ambientale.
Inizierei
con alcune considerazioni di carattere prettamente locale:
1)
La morfologia delle Valli Bergamasche, caratterizzata da quote
relativamente basse e da valli per lo più strette, non è paragonabile con
quella dolomitica, né tantomeno con le Vallate Valdostane o Valtellinesi. Ne
consegue da un lato l’impossibilità di ottenere ampie aree sciabili senza
pesanti interventi sul territorio, dall’altro la necessità di ricorrere in
modo massiccio all’innevamento artificiale, con i costi ad esso connessi. E’
infatti ormai dimostrato come l’evoluzione del clima negli ultimi anni, anche
non considerando fenomeni occasionali, vada sempre più verso inverni miti, con
quote della neve sempre in aumento.
2)
Il turismo che affolla le Valli Bergamache è prevalentemente formato da
persone originarie delle Valli, emigrate per lavoro nella Bergamasca o nel
Milanese, che ritorna per il fine settimana o comunque da persone residenti in
tali zone. Questo porta al classico affollamento domenicale ed al deserto
feriale. Le stesse persone, potendo disporre di più giorni di vacanza sulla
neve, decidono per altre mete. Secondo me anche un sostanziale rinnovamento ed
ampliamento degli impianti non migliorerebbe di molto questa tendenza: perché
dovrei trascorrere una settimana intera in una località che già frequento per
gran parte dell’anno? Ecco quindi che l’unico modo per sfruttare gli
impianti nei giorni infrasettimanali diventa quello di puntare su turisti
stranieri, come per es. a Foppolo è stato fatto per parecchio tempo con gli
Inglesi.
3)
Lo stato della viabilità delle nostre Valli, soprattutto la Valle
Brembana, è noto a tutti. Il problema non riguarda solo il turismo, ma anche le
centinaia di pendolari che ogni giorno utilizzano la ex – statale. In questi
giorni sarà aperta la variante di San Pellegrino, ma il problema delle code
festive non sarà certo risolto. Tutti gli interventi effettuati dopo
l’alluvione del 1987 hanno interessato la parte alta della Valle, trascurando
i veri nodi della viabilità, ovvero l’attraversamento di Zogno ed il
collegamento della Valle con l’Autostrada, ovvero la Villa d’Almè –
Dalmine. Ipotizzare almeno una decina di anni prima che le situazione migliori
penso sia ottimistico, sempre nella speranza che nel frattempo il traffico non
aumenti ai ritmi attuali.
Più
in generale, per quanto riguarda il mondo dello sci nel suo complesso, farei le
seguenti considerazioni:
4)
Gli appassionati allo sci, almeno in Italia, non credo siano in aumento.
Nel campo agonistico, finite le grandi imprese della valanga azzurra negli anni
70 e più di recente dalla coppia Tomba Compagnoni, lo sci trova sempre meno
spazio sui mezzi di informazione. Gli sci – club hanno sempre meno iscritti,
finiti i fasti degli anni 80 la
pratica dello sci, anziché diventare sempre più popolare sta ritornando, anche
per problemi economici ad essere privilegio di pochi.
5)
L’offerta turistica invernale odierna propone parecchie alternative
alla classica settimana bianca, a volte anche più allettanti dal punto di vista
economico, come per esempio le vacanze ai mari tropicali. Una grande massa di
gente, vacanziera ma non necessariamente appassionata di montagna, predilige
questa soluzione.
6)
Anche i grandi comprensori sciistici, che pure hanno fatto in passato
grossi investimenti, si sono resi conto che la gente non cerca solo “tanti
impianti” ma tutta una serie di attività al contorno. Cito a proposito alcuni
brani tratti da un articolo di Enrico Camanni, pubblicato sulla Rivista della
Montagna n°264 del marzo 2003, che a sua volta si riferisce ad alcuni studi sul
turismo invernale:
“…i
grandi comprensori turistici che rappresentano l’industria più dotata di
mezzi ed esperienza per far fronte alle difficoltà, manifestano segnali di
crisi e commissionano complesse indagini socioeconomiche per riposizionare il
loro prodotto ed integrare lo sci di pista con offerte alternative..”
“…
la vacanza sulla neve risulta ogni anno più costosa per le famiglie, in
contrasto con i prezzi sempre più concorrenziali delle vacanze invernali nei
mari tropicali…”
“…
appare improbabile che la pratica degli sport invernali si possa espandere
ulteriormente…la popolazione dei paesi occidentali invecchia e i giovani
sembrano sempre meno interessati allo sci tradizionale…”
“…gli
anziani chiederanno alberghi confortevoli ed alle piste di sci preferiranno
attività ricreative, passeggiate sulla neve, ristoranti, terme…”.
Insomma,
fatte tutte queste considerazioni, io personalmente trovo poco convincente
l’idea di voler trasformare le nostre montagne
in un grande carosello sciistico.
Rinnoviamo
pure i vecchi impianti, evitiamo le assurde beghe locali (vedi impianti di
Piazzatorre), costruiamo nuovi alberghi e non, come purtroppo continua ad
accadere, orribili seconde case chiuse per 300 giorni all’anno, facciamo
promozioni per le famiglie, insegnamo a sciare ai bambini delle scuole, andiamo
a far promozione nei paesi dell’Est, valorizziamo le tradizioni culturali
delle nostre Valli, ma prima di intervenire pesantemente con le ruspe pensiamoci
bene: la bellezza ed il fascino delle Orobie potrebbero essere per sempre
compromessi.
Chiudo
citando ancora Enrico Camanni:
“La
neve, prima di diventare un “prodotto” per lo sci, era l’anima
dell’ambiente alpino invernale. La neve apparteneva al paesaggio con cui i
montanari erano abituati a convivere dalla culla alla tomba, e la neve
simboleggiava il paesaggio da cui i cittadini traevano ispirazione, poesia ed
emozioni. Mangiando la neve il turismo ha mangiato se stesso”.
Dicembre
2003