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Il Rispetto per la MontagnaDa anni le nostre Orobie non si presentavano in questo spolvero pasquale, ancora a metà aprile. L'innevamento è presente oltre i 1300 metri, è abbondante oltre i 2000 metri, e tutte le piste sono in splendide condizioni invernali, aiutate in questo da periodici ma prolungati afflussi di aria fredda in quota. E' da questa frequente aria fredda negli alti strati che abbiamo avuto le tante nevicate di questa stagione, ultima e forse più spettacolare l'imbiancata fin verso i 500 metri del sabato vigilia di Pasqua. Con il contributo di previsioni meteo per fortuna non proprio azzeccate, nella mattinata splendida e soleggiata del lunedì di Pasqua ho potuto risalire i pendii sopra Foppolo, in direzione del Passo di Dordona. La neve era quella giusta per lo scialpinismo, un fondo vecchio compatto con sopra una buona spanna di neve fresca di due giorni prima, poco trasformata dal sole per il fresco che permane nell'aria a quelle quote. L'intenzione era quella di proseguire per la Bocchetta dei Lupi, con successiva discesa sul pendio est nella Val Madre valtellinese, una classica che in tanti frequentano. Ma non c'erano tracce, i pendii a nord erano gonfi di neve, ero solo, e pur a malincuore ho rinunciato, puntando verso la salita più tranquilla e tradizionale che porta da sud sul Monte Toro. Ma anche qui, itinerario conosciutissimo, nessuna traccia nella neve fresca oltre la spalla dello spartiacque, solo un solitario come me salito fin lì, ma che poi aveva rinunciato ed era ridisceso. E' per il tempo previsto, è anche colpa di chi ha sbagliato le previsioni, mi sono detto, anche le piste di Foppolo, più in basso, non mi sembravano molto frequentate, purtroppo. Ho quindi deciso di non proseguire, fermandomi al sole sotto una roccia scoperta del pendio, appena sotto la cresta di confine. Era ormai passato il mezzogiorno, da sud cominciavano a risalire banchi nuvolosi estesi, era la previsione che tentava di riacquistare credibilità postuma. Ma da sud, da Foppolo, hanno cominciato a risalire anche le prime motoslitte verso il Dordona. Il Passo di Dordona è noto per le sue trincee della Prima Guerra Mondiale, mai usate per fortuna, ed è servito da una vecchia strada militare di 90 anni fa, che il tempo, l'incuria e le moto da cross hanno gradualmente restituito alla terra, a parte qualche tratto pianeggiante. Ora, da circa un anno, al Dordona sale una nuova moderna strada sterrata, che prosegue poi in Val Madre, finendo per arrivare, dopo qualche decina di chilometri, fino al piano valtellinese dell'Adda. E' una delle note strade che imperversano da anni sulle nostre montagne, le agro-silvo-pastorali, un neologismo sibillino che spesso lascia intuire usi decisamente diversi dall'evidenza della sua lettura. C'è una piccola simil sbarra alla partenza, ma non è delle più robuste…. E su questa strada ci salgono quindi i fuoristrada di chi può permettersi lo sfizio, dei cacciatori e dei bracconieri di camoscio e d'inverno, novità assoluta, gli appassionati di motoslitta. Non voglio qui parlare del problema ambientale rappresentato dalle motoslitte. Del resto, ho difeso la causa del mio sci in salita sulle piste sotto la luna, che a molti non piace, e faccio parte anch'io di una piccola e precisa categoria di appassionati della montagna, ma cerco di rispettare gli hobby degli altri, anche quelli fastidiosi e antipatici per l'ambiente in cui si svolgono. Perché, in mancanza di regole, anche la mia libertà di criticare si ferma di fronte alla libertà degli altri di praticare discipline diverse dalle mie e senza regole. Per cui, non approfondirò qui il mio disappunto nel vedere al Passo di Dordona in veste invernale, dopo trent'anni che frequento con gli sci queste montagne, motori fumosi e puzza di olio bruciato e rumori assordanti in un ambiente finora rimasto intatto, senza impianti e costruzioni civili, disturbato visivamente solo dalle inevitabili linee dell'alta tensione che portano energia a Milano. Ho pensato che, nonostante tutto, in poco tempo il potere disperdente dell'atmosfera avrebbe rimandato la puzza in basso al mittente, la baraonda sonora si sarebbe dispersa da sola, gli animali sarebbero ritornati padroni del posto, e i solchi nella neve li coprirà la prossima tormenta. Parlerò invece di un qualcosa di più diretto ed evidente che ho osservato con sconcerto. Dov'ero arrivato con gli sci, dalla mia postazione alta e ripida, e quindi per fortuna non raggiungibile dai mezzi, ho osservato per una mezz'oretta le evoluzioni di un paio di queste motoslitte. Il loro obiettivo erano le ripide pendici sul lato ovest fra il Toro e la sua anticima, dove le motoslitte salivano al massimo dei giri su pendenze incredibili, fino a sfiorare le roccette di base della vetta, e lì eseguivano rapide ed acrobatiche curve ed inversioni, con successiva vertiginosa discesa al punto di partenza in basso. Per la singolarità della zona, ho pensato che fosse comunque un sacrilegio. E fin qui non sarebbe niente di strano, il circo è pieno di personaggi che campano sfidando la gravità e le altre leggi di natura, queste motoslitte devono avere un baricentro molto basso e quindi difficilmente ribaltabili, non le conosco, non mi sono mai avvicinato per interesse personale a questi mezzi a meno di 10 metri. Ma tutto questo avveniva su pendii stracarichi di neve, che mostravano diversi recenti distacchi freschi da slavina disseminati su tutto il campo di queste incredibili esibizioni. E le iperboli di queste risalite delle motoslitte avvenivano spesso fra una slavina e l'altra, scegliendo proprio i pezzi di manto nevoso intatto che non avevano ancora scaricato in basso. Non so quanta esperienza di neve e di montagna avessero questi conduttori di motoslitta, di certo guidavano molto bene. Ma proprio nella prima settimana di gennaio, tre mesi fa, abbiamo avuto una disgrazia in questa attività all'aperto sulla neve, la dinamica dell'incidente è stata identica a quello che vedevo fare sui pendii del Toro, è successo verso Cà S.Marco, altra zona ormai colonizzata da anni dalle motoslitte, vista la comodità di accesso dei mezzi lungo la strada di valico. Probabilmente l'esperienza non insegna nulla, e anche le conseguenze tragiche e negative vengono rapidamente dimenticate e rimosse. Lo scialpinista se la suda la montagna invernale e quindi la rispetta, conosce il rischio e il disagio della rinuncia, si ferma o sceglie itinerari minori. Ma a chi conosce la montagna e la ama solo da un sedile imbottito con un motore sotto il sedere, forse serve qualcos'altro: giudizio e buon senso. Quando queste situazioni poi ci ritroveremo a commentarle magari nella cronaca di un giornale, per favore, facciamo in modo di non parlare di "montagna assassina". Roberto Regazzoni 12 Aprile 2004 |