Brina gigante, splendore dell’inverno
La conca della Piana di Lenna
appare molto singolare, nella variegata e complessa orografia dell’Alta Valle
Brembana.
L’area inizierebbe
virtualmente con i Piani di Scalvino, più orientati a Sud-Ovest, ma è dopo la
stretta forra della Centrale Cima a Lenna, dove il Brembo di Olmo si immette nel
vero Brembo di Carona, che si apre l’ampia area pianeggiante in direzione Est
verso la Valsecca di Roncobello.
Poteva non esistere
assolutamente quest’area, se è vero che nei grandi disegni idroelettrici fra
le due guerre si era anche valutato il progetto di chiudere l'Alta Valle
all’altezza della “Gogia”, dove si innesta la Parìna, con un grande
sbarramento artificiale che avrebbe creato un enorme bacino lacustre a basse
quote.
Niente di amazzonico per
carità, le nostre Alpi sono piene di laghi artificiali sotto i 1000 metri,
estesi per km, che hanno assorbito o fatto spostare paesi e popolazioni intere,
purtroppo sono le esigenze del progresso. Ma per fortuna qui non si è
realizzato nulla, perché avrebbe sbilanciato molti equilibri ambientali, forse
anche la meteorologia stessa della Valle.
La Piana inizia quindi ai 465
m del paese di Lenna, e prosegue per oltre 3 km all’ombra dell’Ortighera fin
sotto il paese di Bordogna, elevandosi solo di un centinaio di metri. E’ una
quota media molto bassa, se si pensa che, con misure simili, sono quotati anche
i Colli maggiori di Città Alta, come il Bastìa.
Qui, proprio sotto le ripide
balze rocciose settentrionali dell’Ortighera si manifesta inoltre uno dei
maggiori dislivelli ravvicinati “in pianta” delle Orobie, con ben 1200 metri
di salto in breve spazio.
Più comodi invece sono i
pendii soleggiati che risalgono verso Nord dalla Piana verso Valnegra e Moio,
per poi rimontare più boscosi fino alle Torcole di Piazzatorre.
E’ da queste due sponde
montuose, mancando degli importanti affluenti di superficie, che si raccolgono e
confluiscono per via sotterranea sulla Piana tutti i contributi di
precipitazione dell’area, per poi finire nelle acque del Brembo che attraversa
da Est a Ovest tutta la conca.
La Piana termina sotto
Bordogna con un piccolo lago artificiale, nato negli anni ’30, e che nel tempo
si era riempito dei detriti trasportati dalle piene del Brembo di Branzi.
Recenti peripezie
atmosferiche ed un rinato interesse all’energia pulita lo stanno rivalutando,
con una bonifica in corso e altri progetti di sfruttamento, ai quali guardano
con qualche apprensione i molti pescatori che frequentano la zona.
Tutta l’area è ben
visibile dalla provinciale che da Lenna sale in direzione di Branzi, fino alla
galleria stradale nelle rocce rossicce delle Almàne, dove nasce l’acqua
minerale della Stella Alpina. Per inciso, e non l’ho scoperto di certo io,
pare sia una delle minerali più leggere in circolazione, una volta anche i
ciclisti affrontavano apposta dal lago le curve del Bernìgolo, per fare
rifornimento alla fontanina fuori dallo stabilimento, ora purtroppo lasciata
spesso all’asciutto.
Quest’area però non è
molto conosciuta da chi frequenta le nostre montagne arrivando dalla pianura,
troppo attratti come si è dal richiamo dei più famosi rifugi in quota
dell’Alta Valle, Calvi, Gemelli e Longo, e dalle più note cime e vallate
superiori delle Orobie Occidentali.
Per cui la Piana di Lenna
resta un patrimonio ambientale ed escursionistico dei residenti, e l’Ortighera
è diventato regno incontrastato dei cacciatori e dei pochi amanti delle zone
fuori mano e non frequentate, anche per l’assenza di qualsiasi strada rotabile
che porti in quota, per cui è qui che è più facile incontrarsi anche con gli
animali selvatici.
Abbiamo fatto una lunga
sponsorizzazione della zona, ma lo scopo non era tanto quello di proporla a
qualche vostra gita domenicale, quanto quello di introdurvi ad un evento
straordinario fiorito sulla Piana di Lenna, a metà strada tra l’atmosferico
ed il naturalistico, a cui questo inverno 2006, nevoso e freddo “come quelli
di una volta”, ci ha permesso di assistere nel corso di gennaio. Su molte aree di questa
grande conca pianeggiante, che da novembre a febbraio a causa dell’ombra
dell’Ortighera non vede il sole per quasi tre mesi, si è formata a inizio
d’anno una splendida “brina di superficie”, con enormi cristalli
superficiali, cresciuti sopra uno strato di neve vecchia esistente.
Meglio del commento, parlano
le immagini che vi proponiamo in questo testo e in prima di copertina, raccolte
sulle sponde del Miralago e lungo le rive del Brembo, in particolare
all’entrata e all’uscita dal lago. E’ proprio dall’acqua in ingresso al lago, che arriva dal
bacino di Carona attraverso una galleria sotterranea ed esce, per così dire,
“tiepida” dalle turbine della Centrale ENEL di Bordogna, che si formano le
migliori strutture. Come pure dall’acqua profonda in uscita dal lago
ghiacciato, quando riprende il suo corso nel Brembo appena prima del Santuario
della Madonna della Coltura.
Ma piccole conche fiorite di
cristalli giganti erano presenti, lontane dall’acqua, anche nei prati della
sponda meridionale del lago, attorno alle due frazioni abitate del Cantone
S.Francesco e del Cantone S.Maria, forse generate da particolari circolazioni
sotterranee dell’umidità, visto che questo lato del lago presenta in parte al
suo interno una natura detritica.
La brina di superficie è una
struttura cristallina ghiacciata, con la stessa genesi della normale brina, ma
la sua base di crescita è di solito lo strato freddo di neve al suolo. C’è la stessa geometria
del fiocco di neve in questi cristalli ramificati, che si sviluppano a forma di
foglia con finiture esterne esagonali, e che quest’anno hanno trovato le
condizioni ideali per arrivare a notevoli dimensioni.
Nella “foresta di
ghiaccio” che abbiamo fotografato, c’erano esemplari alti ben 17 centimetri.
Per dire delle particolari condizioni climatiche del luogo, dopo la nevicata del
27 dicembre 2005 la temperatura è scesa per quasi un mese fino a oltre -12
gradi di notte, ed in giornata non risaliva mai sopra i -5 °C. E questo per tutta la durata
del periodo di alta pressione e di bel tempo (come potete vedere nel grafico
dell’andamento della pressione), iniziato appunto il 3 gennaio e interrotto
dopo 23 giorni dal mezzo metro di una nuova bellissima nevicata, arrivata
asciutta fino in città.
Questa crescita nel
sottozero, ha permesso di identificare nella struttura dei cristalli anche ogni
singolo contributo giornaliero, col cristallo che accelerava le sue molecole
quando la temperatura si “addolciva” (per modo di dire…) verso i -5 °C
diurni, e con l’opaco della crescita rallentata, quando il gelo notturno
evaporava meno materia prima dal vicino Brembo. E’ un po’ quello che
succede negli anelli concentrici degli alberi, nei quali, pur con altra logica
di costruzione, è possibile individuare gli anni di crescita e persino anche
qualche anomalia meteorologica stagionale avvenuta nei decenni precedenti.
E’ singolare che poco
distante, a soli 500 metri in linea d’aria dal lago e solo 100 metri più in
alto, ci sia il paese di Valnegra in pieno sole, dove la temperatura è di
almeno 6-8 gradi superiore, sia la minima notturna che la massima del
pomeriggio.
Quali sono gli ingredienti di
questi “swarovsky dei poveri”?
La materia prima è
l’umidità, fornita dall’acqua del Brembo che scorre lì vicino e che
evapora, per poi ricadere in continuazione e “sublimare” direttamente in
ghiaccio sopra le sponde attorno alle rive, coperte di uno strato di neve
freddissima. L’altro attore è il
freddo, in questo periodo presente ed immobile al suolo come un lago di aria
fredda stagnante.
Il terzo protagonista, forse
il principale, è l’alta pressione atmosferica. In un inverno “normale”,
un periodo di calma atmosferica è frequente a gennaio, ed è sempre figlio
delle alte pressioni. E’ di solito questa stabilità di inizio d’anno che
separa la prima fase nevosa dell’inverno, freddo-umida e tipica di dicembre,
dalle nevicate più intense e “addolcite” della seconda parte della
stagione, che arriveranno per stabilire alle alte quote delle Orobie, dalla fine
di febbraio e per tutto marzo, i maggiori apporti di neve dell’anno.
Nell’alta pressione
invernale l’aria viene compressa verso il basso, e si raffredda intensamente
al suolo nelle lunghe notti serene, perché il terreno cede più calore verso
l’alto di quanto non ne riceva globalmente in tutta la giornata. L’alta
pressione inoltre impedisce in inverno qualunque ventilazione, per cui nemmeno
un refolo d’aria può disturbare il perfetto sviluppo di questi cristalli.
In questo la posizione della
Piana di Lenna è ottimale, perché il suo orientamento Est-Ovest le permette
spesso di essere scavalcata e risparmiata dalla furia del favonio, che magari si
sente ruggire nelle vallate superiori dell’Olmo ma che prosegue con flusso
laminare verso la pianura, senza squilibrare nulla.
Potremmo usare altri
aggettivi, ma meglio di tutto vale una visita sul posto. Non solo di giorno ma
anche di notte, anzi, come successo quest’anno, poter approfittare di una
splendida sera con cielo sereno e Luna piena: vi sembrerà che migliaia di occhi
luminosi vi inseguano dai campi innevati, in mezzo a filari di alberi tutto
attorno, anche loro coperti di bianco ma solo per un più plebeo manicotto di
galaverna.
Questa crescita dei cristalli
prosegue finchè dura la stabilità atmosferica. Basterà un rialzo improvviso
delle temperature, oppure l’arrivo del favonio da nord, una nuova nevicata o
peggio la pioggia, e la magìa è finita.
Roberto
Regazzoni
27 Febbraio 2006
